Faccio un giro sulla mia vita. Poi Torno!

Faccio un giro sulla mia vita. Poi Torno!

21 ottobre, 2017

Poeti e musici di Strada a Grado


Arturo Marin ha fatto parte di un mondo gradese che piano piano sta scomparendo senza rinnovarsi, personaggi che vivevano per la musica e con la musica riflettendo emozioni tutto intorno a loro. 

Arturo era un saggio eclettico pieno di poesia che traduceva a volte in musica a volte in parole, era comunque un rappresentante di quella Grado di Strada che ha fatto furore negli anni sessanta e ha portato credito ad un turismo stupendo fatto di balere e serate in spiaggia al chiaro di luna.
L' ho aiutato a mettere ordine alla sua produzione di poesie, il risultato è questa  raccolta:  Un Sbatocia' de Ale
(l' immagine di copertina e l' impaginazione sono mie)






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19 ottobre, 2017

Pregiudizi e Storie



L' economia gradese di poco più di cento anni fa era basata prevalentemente sulla pesca.
I ricavi dipendevano tantissimo dalle condizioni metereologiche e quindi i periodi di inoperosità diventavano tanti durante la  brutta stagione.

Grado sino al 1906, si può dire che convivesse letteralmente con i suoi morti, visto che l' antico cimitero - "Al Pulindron" a forma triangolare come la vela da cui prendeva il nome (interessante anche il nome popolare usato "Al Cogolo" quasi ad esorcizzarlo) - era accanto alla Basilica di S.Eufemia.
Ovvio lo svilupparsi di storie su esseri fantastici e orribili e su personaggi che avevano a che fare con loro.

Nell' immaginario gradese di un tempo c'era spazio anche per fate e faduni, per strighe e strighissi.

Una di queste storie che non si sa fino a quanto sia vera o falsa è la nomea di Strega che accompagnava Maria Melissa dita...Bela (1845-1925): la prima vecia Bela, co' fama de striga. 
E qua le storie de ela che la guariva le malatie, che la diventeva gato, ecc. ecc. e no' feva dormì i fantulini.
Sull' Isola dei Belli  (ora all' interno della Valle Noghera residente la famiglia Sanson) chiamata così con ironia per la proverbiale bruttezza di alcuni suoi abitanti, abitava un tempo la vecchia Bela, una donna considerata una strega, che si diceva faceva alzare i venti, rendeva infruttuosa la pesca di chi non era gentile con lei.
Un fatto, non confermato ma raccontato come fiaba, dice che, visto che disturbava la pesca dei suoi figli con il rumore,  abbia fatto precipitare una volta un ricognitore austriaco con un solo gesto della mano.

"quando pasevemo cò la batela, vignindo de Anfora, traversevemo, pè 'ndà più stieti, oro Morgo, drio la mota de i Beli.   Le mamole a bordo le ne pregheva, ma proprio de quà vemo de passà, 'ndemo pè canal e garghe volta, cò meso scuro, girevemo strada.
La gera picola, col fasoleto nero in testa, cò le cotole e col zendal duto ingrispao (traversa) quel che useva le vecie".


Ci si può immaginare il viso della vecchia Bela, verosimilmente sgradevole per gli anni e le offese ricevute dai pregiudizi crudeli, e c'è da augurarsi che chi la ingiuriava come portatrice di scalogna sia veramente tornato spesso a casa a mani vuote. 

La cattiveria verso chi è segnato dal marchio di portasfortuna è un razzismo peggiore del rifiuto. 

Viaggiare e raccontare è come vivere, non  tralasciare.  
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17 ottobre, 2017

E puo, Fango nuo



Il Nostro dialetto, emanazione e carta d'identità del nostro microcosmo, ha la tenacità e l'aderenza del fango de Palù.

In questa sua poesia Giovanni Marchesan "Stiata" lo dice con rabbia, a denti stretti e con il sale sulle labbra, descrive noi graisani con parole schiette semplici e terribilmente vere.

FANGO NUO

Fango nùo


Fango de paluo


Là
 xe le le nostre radise

De là vignimo. 


Dopo 'ndemo, femo


Disfemo
 Inpissemo, destuemo

Se scondemo
 
Se mostremo 
Riemo, 
pianzemo 
Bastiememo
 
Puo, preghemo.
 

Cò aqua, nimbi, fogo,


Strighe che dentro vemo,

Conbatemo.

Anche contro 'l ninte 'ndemo...

E dopo,
 Scampemo..scampemo... 

  Lontan o vissin
 ma là tornemo


Là dovemo tornà


Là xe al nostro distin

Là xe le nostre radise

Fin la fin...
Fango 
Fango nuo

Fango del Paluo

Che un dì vemo respirao....
Bevuo.
 

Fango nuo


Tu son là

Speta..Speta..

La tò xente tornarà.
LA DEVE TORNA'....



-Giovanni Marchesan 'Stiata'- 

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15 ottobre, 2017

Anziani, la solitudine uccide





Giornata de caligo, uggiosa che isola e porta a pensieri poco consolanti.

Terribile, veramente terribile, è la condizione dell' anziano nella società moderna. 
Un tempo si viveva in una famiglia allargata, eri circondato dall’affetto dei numerosi figli e degli ancora più numerosi nipoti e venivi accudito dalle donne di casa per il tempo, fortunatamente breve, (la medicina tecnologica non si era ancora inventata l’accanimento terapeutico) in cui non eri più in grado di badare a se stesso. 
Nella società contadina, a prevalente tradizione orale, l' anziano era il detentore del sapere, rimaneva fino all’ultimo il capo della famiglia, conservava un ruolo e la sua vita un senso. 
Nella società agricola il vecchio è il saggio, in quella industriale e ancor più in quella digitale è un relitto.

Per gli anziani l’estate cambia completamente di segno. 
Le passioni d’amore, con i loro struggimenti, sono ormai alle spalle o se qualche traccia ne rimane è talmente affievolita da non avere più nulla a che vedere con l’età giovanile. 
Ma la questione non è questa. Sta nel fatto che l’estate acuisce tutti i problemi della solitudine.

 La solitudine uccide. 

Non si tratta naturalmente della solitudine per scelta che è quella che puoi fare da giovane, traendone anzi un sottile piacere anche perché sai che puoi interromperla in ogni momento.
 Ma la solitudine degli anziani non è una scelta, è una condizione sociale.
Ed ecco che allora bisogna darsi da fare, trovare qualcuno, uno qualsiasi, con cui passare e “ammazzare il tempo” 
Solo pochi degli anziani vivono con i propri figli e i nipoti. 
I figli qualche volta ti permettono di portare i nipotini ai giardini e di non stare perennemente a guardare, come un babbeo, con le mani incrociate dietro la schiena, i  ‘lavori in corso’. 
La solitudine e il suo avvilimento è aggravata da quell’istituto crudele che solo la razionalità moderna poteva creare, la pensione. 
Perso da un giorno all’altro il ruolo sociale, per quanto modesto, che hai avuto nella vita non ti resta che attendere la fine e sollevare così la società da un peso divenuto intollerabile. 

L’inverno e il  freddo che l' accompagna provvederà a un salutare sfoltimento dei ranghi.





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14 ottobre, 2017

Osservando da vicino la Laguna: Piante ed erbe

Girare in laguna e riconoscere poco o nulla della varietà della vegetazione stanziale è un peccato, con l'aiuto dello studio effettuato dal M. Alberto Corbatto con il suo Vocabolario  pubblico un' elenco abbastanza completo delle diverse piante ed erbe che si possono trovare facendo una passeggiata tra gli argini e le mote lagunari.

Molte delle specie, qui citate, sono poco conosciute, specie nella parlata gradese, ma hanno consentito ai nostri antenati di sopravvivere in un ambiente ostico come quello lagunare dove l'agricoltura è quasi impossibile da praticare e ci si deve affidare alla conoscenza del suolo e dei suoi prodotti selvatici

La lista delle erbe e piante che crescono in laguna di Grado è indicata con l'etimologia gradeseitaliana e latina. 
Ovviamente la parte, per me, più interessante è l' etimo gradese che, tratto dallo studio effettuato dal Maestro Alberto Corbatto, mi consente di consolidare le mie radici, profonde, di "graisan".




La pubblicazione aiuta ad identificare alcune specie più comuni.
Piante ed Erbe Lagunari in Graisan Italiano e Latino: 
 La nomenclatura latina è corrispondente a quella di A. Fiori 
I) Abisinsio: assenzio (Artemisia Absinthium).
2) Adrepo: spinacio marino (Atriplex laciniatum). 
3) Agasso o agas: Robinia (Pseudo acacia). 
4) Alega: alga. 
5) Aleghe: alghe (Posidonia oceanica), (Zostera marina). 
6) Aleghe: alghe (Zostera marina L.). (Queste alghe in associazione formano praterie di molere). 
7) Astri setembrini: astri (Aster tripolium). 8) Astri zali: inula (In ula Chritmoides). 
9) Baro: vegetazione marina (Vaucheria). 
lO) Bleda: bieta (Beta vulgaris). 
11) Brugnolo: prugnolo (Prunus). 
12) Campanela: convolvolo (Convolvolus arvensis). 
13) Cana burlanega: canna gentile (Arundo Donax).
14) Canèo: canna di palude (Arundo Phragmites). 
15) Dente de leon: tarassaco (Taraxachum officinale Weber). 
16) Erba cordela: erba brindela o nastro (Phalaris arundinacea). 
17) Erba de cali: erba da calli (Sedum fabaria). 
18) Erba de late: euforbia (Euphorbia Characias). 
19) Erba de la Madona: tanaceto (Chrisantemum vulgare). 
20) Erba gata: erba gattaria (Nepeta cataria). 
21) Erba Luvìgia: giulia (Achilea ageratum). 
22) Erba grassa: erba grassa (Sedum rupestre). 
23) Erbarosa: geranio rosato (Pelargonium roseum). 
24) Erba Spagna: erba medica (Medicago sativa). 
25) Erba miseria: erba miseria (Commenina communis). 
26) Erba volàiga: alga in genere. 
27) Fior de tapo: statice (Statice limonium). 
28) Gramagi: groppi di rizomi di alghe affioranti sulla superficie del mare (Ruppia maritima), (Zostera minor Nolte). 
29) Grula: giunco spinoso (Iuncus acutus). 
30) Legno dolse: dujcamara (Solanum dujcamara). 
31) Maiera: [fondale marino coperto da una distesa di alghe (Posidonia oceanica), (Zostera marina). 
32) Mora de spinada: rovo (Rubus fruticosus). 
33) Olmo: olmo ( Ulmus campestris)
34) Papavero zalo: papavero giallo (Glacium flavum Grantz)
35) Pavera o pavero: paviera (carex riparia)
36) Rasparela: coda cavallina (Equisetum arvense)
37) Salata de mar: lattuga di mare (Ulva lactuga)
38) Santonego: santonina (Artemisia coerulescens)
39) Spareso de spinada: asparago selvatico (Asparagus acutifolius)
40) Tacacavili: lappola ( Xanthium italicum)
41) Talpon: pioppo bianco (Populus alba)
42) Tamariso: Tamericio (tamarix gallica)  
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12 ottobre, 2017

Amori e bagnini


La sabbia per le cure...ed il cemento per le case...
e se fessemo le case co 'l sabbion e le sabbiature co 'l cemento?
ne vegaravemo de le bele!


Molti si  divertono a sparlare di Grado, dei suoi servizi e soprattutto accusandoci di vivere nel e del passato.

Vediamo allora, giusto per fare un piccolo confronto non impegnativo, cos' era Grado quando lo sciacallaggio edilizio non era ancora selvaggio:

Grado era orientata al servizio turistico, con i suoi caffè e i locali da ballo offriva all'ospite il prosieguo della giornata in spiaggia creando centri di aggregazione culturale nei caffè all'aperto e balli serali e pomeridiani, fulcro della mondanità, sino alla fine degli anni ottanta.

Nella fase serale un ruolo fondamentale lo avevano i giovani bagnini dell' Azienda che la sera, ripuliti e rimessi a nuovo, forti della conoscenza del tedesco con grandi camminate per il viale cercavano prede diventando, inconsapevolmente, offerta turistica.

Quanti amori nati o infranti, quanti tradimenti consumati nelle romantiche notti gradesi, ognuno di noi a casa ha ricordi di famiglia di questo tipo.

Il Gran Cafè Riviera, Settimo Cielo, la Taverna Municipale, La Terrazza Astoria, e ancora l'Isola d'Oro,  il Sans-Souci.
Grandi Locali di pura vocazione turistica.
Per i giovani turisti c' era il Campeggio del Parco delle Rose, frequentatissimo e sempre al limite della capacità.

Poi le discoteche e il diverso gusto di godere il soggiorno cambiarono  perchè cambiò l' ospite che da turistico diventò residenziale e tutto finì in un fiorire di telefonate di  protesta per il disagio del rumore  e rotture di conagi continue.

Se potessi scegliere ritornerei subito a quei tempi.

Nella foto un gruppo di giovani gradesi con in primo piano Nino Codraro (Maestro di Nuoto) il Principe delle notti , affermato Latin-Lover.  


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10 ottobre, 2017

Botta di culo





L' immagine è come al solito del fotografo della casa Lorenzo Boemo

Signore, 
Ti ringrazio di avermi fatto provare le difficoltà,
perché ho imparato l'arte di sopravvivere. 
Ti ringrazio di avermi fatto incontrare l'arroganza, 
perché ho capito il valore dell'umiltà. 
Ti ringrazio di avermi concesso la sofferenza, 
perché ho diviso il pane della solidarietà.

Ora vorrei rivolgerti una preghiera:

....Non sarebbe possibile una botta di culo?



La vita è solo una gran botta di culo.
 Per questo potrebbe sembrare assolutamente inutile arrabattarsi per qualunque cosa, prevenire, informarsi, allenarsi, trascorrere il proprio tempo a preoccuparsi di un futuro ipotetico.
 Ecco, di tutto ciò che ho appena detto solo l’ultimo concetto, a mio avviso, è vero: preoccuparsi è un inutile spreco di tempo, tempo che non è misurabile per cui è preziosissimo.
 Ciò che invece bisognerebbe fare, sempre, è occuparsi di sé, preservarsi per ciò che potrebbe accadere in qualunque momento. 
Pianificare, anche questo è esercizio inutile, se si accetta l’assunto che la vita sia una gran botta di culo.

A ben pensare a noi gradesi è andata di lusso, La Madonnina ha scelto questo dosso galleggiante su un mare di fango per  sua residenza  a nostra protezione perpetua.
Una gran botta di culo.

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08 ottobre, 2017

Ottobre, tempo magico


immagine del  Bufulin  disegnato da Dino Facchinetti

Ottobre.

Un tempo non lontano era considerato il periodo magico, quando l' inizio dell' autunno, le sempre più frequenti giornate di maltempo e i primi freddi obbligavano a stare a casa stretti attorno al fuoco e, per passare il tempo, le fiabe e le storie, riportavano l' immaginario collettivo verso un mondo magico di paura, di ammonizione.
Eppure, più che ricorrere a sortilegi e alla magia, la nostra gente per proteggersi da questo mondo spiritico e favolistico si affidava alla religione, alla fede.

Nei momenti bui, scafati e burberi pescatori di mare o di palude, mamme con squadroni di figli invocavano la Madonna il Signore i Santi.
Un' eloquente testimonianza sono gli ex voto affissi al Santuario della Madonna di Barbana.

Ma cosa erano in fondo le immagini di questi esseri mostruosi, erano gli abitanti del mondo creato dalla nostra immaginazione, dai sogni, dagli incubi.
Era un mondo sotterraneo che si nutriva di cose irreali nella concretezza materiale ma non privo di realtà, stimolata dalle nostre paure inconscie.
Ovvio che ciascun individuo ne subiva l' impatto in modo diverso ma collettivamente erano affrontati con la fede nel supremo, in quel Dio che raccoglieva e proteggeva tutti.

Oggi i nostri mostri  sono altri e  sollecitano giornalmente la nostra immaginazione con i mezzi di informazione di massa, purtroppo sono molto più reali e anche se ti rivolgi al Dio in cui credi non è che spariscano perchè ti ritrovi solo.

Non esiste più cemento sociale e la cifra connotante la nostra epoca è la solitudine. 
Quindi strane fantasie, rancori, violenza. 
I nuovi mostri.

La verità è che dentro non siamo più solidi: è saltato il nostro antico contesto antropologico che si basava sulla cattolicità, sulle tradizioni popolari, sulla famiglia, sul villaggio.


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06 ottobre, 2017

Dossi POveri



Dalla Muggia alla Sdobba passando per i dossi de l' Oro fin in Anfora, stuoli di persone regolarmente armate di ferro "de capelonghe", " i sgrapia sul sabion" per catturare il prezioso mollusco.
Osservando la foto di Lorenzo Boemo si può ben dire che ci vanno anche i cani.

Giovanni Grigolon "Trombai" lancia un grido di allarme in poesia  lamentando l' impoverimento dei dossi dovuto all' eccessivo sfruttamento.

Dossi Poveri

Un bel giorno sora i dossi
va do mamuli a catà
capelonghe e peverasse
cò speransa de ciapà.

Ma ben poco i ha insunao
e per questa delusion
i descursi de le cape
i penseva sul sabion.

Quando l'acqua la cresseva,
gera l'ora de tornà,
ma quii mamuli in tei sisti
forsi i veva per senà.

E lasando sapegae
su quel povero sabion
descorendo che 'na volta
i torneva a cocon.

Che distin che vemo vuo
quel de esse pronte quà
per qualunque sia viguo
che 'l ne 'nsuna per magnà.

Ma le robe xe gambiae
anche 'l modo de pescà,
semo massa remenae
sensa 'l tempo de covà.

Ormai, no se pol più suese,
xe massa dute sté pretese,
de noltre cò la fiaca restarà
mundi poca la roba de raspà.

'Desso se disemo ciao,
e se proprio mal la va
se veghemo al mercao
cò i ne vende per magnà.

Giovanni Grigolon "Trombai"


     

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04 ottobre, 2017

A Mila Tarlao Kiefer



Mila  Tarlao in Kiefer, gran donna, profonda cultura e come sempre accade a chi vive fuori Grado ma è profondamente gradese innamorata persa del suo paese e delle sue tradizioni, ha lasciato dietro se una scia di malinconia per questo nostro paese, così ricco di storia e storie, così orgoglioso a tal punto da essere autolesionista, così profondamente maltrattato dai suoi stessi figli.

Maria Tarlao, figlia di una delle famiglie più in vista di Grado, studi a Gorizia e a Graz, ha profuso energie enormi nel tentativo di diffondere in Grado la cultura dei vecchi, la saggezza di un dialetto intoccato nei secoli, ha dato tutto se stessa ai bambini assieme a quell'altro monumento di donna Maria Marchesan "Stiata" prodigandosi e dividendosi tra bimbi e anziani con l' Associazione la Bavisela.

Io ne ho fatto diverse volte un faro per le mie ricerche sulla storia del nostro dialetto e i suoi scritti continueranno ad illuminare una via percorsa da pochi.
La ricordo con affetto.

Il suo amore per il suo paese, che sapeva descrivere come pochi, si sente da queste sue parole:

Grado geograficamente fa parte del Friuli.  
Fra quella che usiamo chiamare terraferma e l’ Isola nostra si stende uno specchio lagunare che conta circa sei chilometri.
La laguna è di per se un paesaggio molto particolare, ma trovare un altro luogo dove il configurarsi di una laguna sia giunto a rappresentare un confine tra due mondi diversi, due storie, due lingue, è impossibile. 
Volendo riflettere e riguardare alla singolarità del nostro passato
– e scoprire così le radici del nostro presente – resteremo ancora
una volta sorpresi.
 
Infatti, mentre i nostri fratelli di terraferma possono seguire il loro cammino nel tempo alla luce di abbondanti testimonianze storiche e letterarie e di cultura, dietro le nostre spalle sta un buio di quattordici secoli, «praticamente dal tempo delle epigrafi romane fino al secolo scorso»

Una persona di grande umanità e cultura, che, tra l’altro, le valse nel 1998 la consegna
da parte dell’allora Azienda di Promozione Turistica del “Premio Spilla d’Oro di Grado”.

Il suo grande amico e conterraneo Giovanni Marchesan Stiata per ricordarla  le ha dedicato queste strofe:


La tova anema
La xe sempre restagia
A qua, ne la to isola.

Un zorno anche la to senere
Tornerà e le se missiarà
Co'l biondo sabiòn dei nostri lidi
Là - davanti del tovo mar.
E sarà la pase eterna.

A Mila Tarlao, cittadina gradese di Graz

Herbst 
Die Blätter fallen, fallen wie von weit, als welkten in den Himmeln ferne Gärten. Sie fallen mit verneinender Gebärde. Und in den Nächten fällt die schwere Erde aus allen Sternen in die Einsamkeit. Wir alle fallen.

Autunno 
Le foglie cadono, cadono da lontano, come se giardini lontani sfiorissero nei cieli.
Cadono con gesto di rifiuto E nelle notti cade la terra pesante da tutte le stelle nella solitudine.
Noi tutti cadiamo. 
Rilke

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